Malavolti: «Il Pnrr non può essere ridotto solo a una mera rottamazione»

È al vertice dei costruttori italiani di macchine agricole da ormai due mandati e ha una visione chiara delle dinamiche del comparto e del peso che questo ha sul settore primario. In questo momento sono diverse le questioni aperte – Pnrr, rottamazione, Green Deal, Eima e futuro delle fiere – e Alessandro Malavolti, presidente di FederUnacoma, non si nasconde. Ecco a Terra e Vita il suo pensiero.

Il Piano nazionale per la ripresa entrerà presto in fase di attuazione. Un importo complessivo di 500 milioni è destinato all’innovazione in agricoltura, ma non è ancora definita all’interno di questo importo la quota specifica per la meccanizzazione agricola…
In effetti il piano non ha ancora una forma definitiva e questo spiega un certo fermento nelle associazioni della filiera agricola ed agroindustriale per richiamare l’attenzione su questa o quella esigenza. Come Federazione stiamo lavorando su un documento organico, che contenga dati precisi sui fabbisogni di meccanizzazione e indicazioni sulle possibili strategie di attuazione del piano. In occasione della nostra assemblea generale, nel luglio prossimo, daremo vita a un Forum proprio per discutere nel merito del piano nazionale con i rappresentanti politici e con i soggetti che compongono la nostra filiera.

Alessandro Malavolti

Definire le priorità

Qualcuno immagina che il piano sarà una sorta di “mega rottamazione” delle macchine agricole obsolete. Del resto il rinnovo del parco è urgente e l’ultimo provvedimento rottamazione risale ormai al 2010.
Il rinnovo del parco è fondamentale perché i tassi di ricambio in questi anni sono stati molto bassi. Abbiamo immatricolato in media 18 mila trattrici annue a fronte di oltre 2 milioni di unità complessive circolanti, come dire che abbiamo cambiato ogni anno meno dell’1% del totale. Ma il Pnrr è assai più di un provvedimento rottamazione perché ha una missione molto ambiziosa, quella di attuare una conversione digitale che garantisca l’uso scientifico dei fattori produttivi, e di orientare l’agricoltura verso una piena sostenibilità. Oggi non basta cambiare una macchina vecchia con una più nuova, come si fece nel 2010, occorre che questa sia funzionale a un nuovo modello di economia, e sia inserita in un sistema tecnologico bene integrato. Definire le priorità, la vocazione dei diversi territori, l’impatto delle tecnologie sull’economia delle imprese agricole è comunque un lavoro complesso, che richiede competenze specialistiche e una regia accorta.

Interessi collettivi e non di arte

Del resto gli obiettivi da raggiungere sono fissati a livello europeo, e il lavoro dei Governi nazionali sarà comunque monitorato in modo costante…
L’Europa investe nel “Next Generation” per realizzare una nuova visione dell’economia e del rapporto fra attività produttive e risorse naturali: il nostro piano nazionale va allineato con quella visione. L’Unione europea vuole fare da apripista sull’economia circolare e sostenibile, e il piano di ripresa deve puntare su obiettivi alti e d’interesse collettivo, magari superando alcune concezioni un po’ corporative…

A cosa si riferisce in particolare?
Parlando di rottamazione delle macchine obsolete, ad esempio, qualcuno ha suggerito di inviare ai Paesi in Via di Sviluppo i mezzi agricoli dismessi, in altre parole di consegnare ai Paesi svantaggiati macchine e attrezzature che sono inquinanti per l’ambiente e pericolose per gli operatori. Questo nega tutta la filosofia che è dietro al Green Deal della Commissione europea e al piano di ripresa. Mandare all’estero le macchine che dovremmo rottamare non è accettabile sul piano etico, è contraddittorio dal punto di vista politico – perché la sostenibilità dell’agricoltura è un obiettivo globale – ed è anche dannoso sul piano economico, visto che proprio nei PSV si sta sviluppando un’industria della meccanica agricola che deve crescere e che rischia di essere invece soffocata dall’arrivo di mezzi “regalati” dai Paesi leader. Consideriamo che alcuni Paesi africani hanno addirittura delle normative che vietano l’acquisizione di macchinari usati, che non siano di recente fabbricazione.

L’innovazione non leva risorse

Nel piano nazionale i fondi per la meccanizzazione sono inseriti in una macro-voce che comprende anche interventi nelle filiere agroalimentari, in particolare quella dell’olivo e dell’olio extravergine, importante ed estesa nel nostro Paese. Temete che questo comparto possa assorbire una quota ingente delle risorse disponibili sottraendole alla meccanizzazione?
Dipende dalla visione che si ha della filiera olivicolo-olearia. Dal nostro punto di vista si tratta di un settore che ha un bisogno vitale di meccanizzazione. Prima della trasformazione del prodotto, quindi prima degli impianti per la spremitura e l’imbottigliamento, ci sono i trattamenti nell’uliveto, il monitoraggio climatico e fitosanitario, la raccolta e il trasporto del prodotto, tutte operazioni che si possono realizzare solo mediante un sistema meccanizzato che garantisca efficienza e qualità all’intero processo di produzione. Insomma, l’innovazione nella filiera olivicola – se bene attuata – non dovrebbe levare risorse alla meccanizzazione, ma al contrario prevedere investimenti cospicui per tecnologie specializzate. Questo approccio integrato, del resto, dovrebbe valere per tutte le filiere agroindustriali e per tutte le attività connesse all’agricoltura.

Macchine indispensabili

Il Pnrr, in effetti, punta molto su attività che non sono agricole in senso stretto ma che si svolgono in ambiente rurale e coinvolgono quindi le imprese e le comunità agricole.
Questo è un punto fondamentale, che mi sembra sia stato trascurato nel dibattito di questi giorni. Il piano nazionale di ripresa indica azioni e finanziamenti specifici per le energie rinnovabili, per le “green communities”, persino per le isole, che essendo geograficamente distanti dalle reti di servizi debbono puntare a realizzare sistemi di approvvigionamento autosufficienti, per non parlare di sistemazioni territoriali, lotta contro il dissesto idrogeologico, risparmio delle risorse idriche, tutti interventi che richiedono macchine e attrezzature agricole e forestali.

La forza dell’Eima

Come FederUnacoma avete confermato lo svolgimento di Eima International a Bologna dal 19 al 23 ottobre prossimo. Sarà dunque una vetrina per tutte quelle tecnologie che possono rispondere agli obiettivi del Piano nazionale di ripresa?
Senza dubbio. L’Eima è una rassegna che comprende ogni tipologia di macchina e che propone soluzioni rispondenti a precisi indirizzi di politica agricola e ambientale, ma quest’anno avrà grande impatto proprio rispetto al Pnrr. Abbiamo un piano nazionale che comprende una grande quantità di interventi, dalla digitalizzazione dell’agricoltura agli usi dell’acqua fino alle bioenergie, e la nostra esposizione offre una gamma amplissima di prodotti e sistemi che rendono possibili quegli interventi. Proprio all’elettronica avanzata, all’irrigazione e alle filiere agroenergetiche sono dedicati saloni specializzati come Eima Digital, Eima Idrotech, Eima Energy, e non c’è settore merceologico che non presenti tecnologie in grado di conciliare produttività e difesa dell’ambiente. Stiamo preparando un’esposizione molto interessante per i tecnici e gli imprenditori agricoli, ma credo rilevante anche per i politici e per tutte le strutture pubbliche e le istituzioni che dovranno guidare il Paese in questa storica “transizione”.


“Mandare all’estero
le macchine che dovremmo rottamare non è accettabile
sul piano etico,
è contraddittorio
dal punto di vista politico ed è anche dannoso
sul piano economico”


La necessità di una vera revisione

La meccanica agricola, insomma, allarga il proprio raggio d’azione e punta a ricevere sostegni sotto differenti voci di finanziamento. Come si combina questo con alcuni dossier ancora aperti, come quello della revisione?
Il rischio è proprio che lo sviluppo di nuovi strumenti per la meccanizzazione faccia insabbiare definitivamente la questione della revisione, che rimane invece, dal nostro punto di vista, molto importante. Per quanto si possa rinnovare il parco macchine, avremo sempre una grande quantità di veicoli vecchi e pericolosi, che debbono essere sottoposti a revisione. Tutti accettiamo che le automobili, le motociclette e gli autocarri debbano essere periodicamente controllati, e non si capisce perché si debba impedire la stessa procedura per le macchine agricole. La revisione viene descritta come una specie di ciclone che minaccia le imprese agricole, mentre nella realtà è un intervento che si attua in modo molto progressivo, e che punta solo a ripristinare nelle macchine i requisiti funzionali essenziali che queste avevano al momento della loro fabbricazione. Se una trattrice è stata arbitrariamente trasformata in un mezzo con funzioni diverse, questa non passerà la revisione se non viene ripristinato il suo assetto originario. Mi sembra un principio ineccepibile.

Malavolti: «Il Pnrr non può essere ridotto solo a una mera rottamazione» - Ultima modifica: 2021-05-19T12:05:50+02:00 da Gianni Gnudi

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