Una simbiosi a vantaggio del clima

Che esista un nesso tra agricoltura ed emissioni di gas serra è ormai provato da lungo tempo: agrochimica, arature profonde e deforestazioni, allevamenti di animali e fermentazioni enteriche sono i settori principali che rendono l’agricoltura attrice del cambiamento climatico. E tale contributo non è cosa da poco. Il recente rapporto della FAO sulle emissioni di gas serra da parte dell'agricoltura in proposito parla chiaro: le emissioni provenienti dall'agricoltura e dall'allevamento a livello globale aumentano e sono passate dai 4,7 miliardi di tonnellate equivalenti di biossido di carbonio (CO2eq) nel 2001 a oltre 5,3 miliardi di tonnellate nel 2011, con un aumento del 14% verificatosi soprattutto nei paesi in via di sviluppo a seguito dell'espansione della produzione agricola totale. La prima fonte di emissioni di gas serra dall'agricoltura è la fermentazione enterica (metano, prodotto e rilasciato dal bestiame durante la digestione) che nel 2011 ha rappresentato il 39% della quota totale di emissioni del settore. Le emissioni dovute alla fermentazione enterica sono aumentate dell'11% tra il 2001 e il 2011. Le emissioni generate dall'utilizzo di fertilizzanti sintetici ha rappresentato il 13% delle emissioni agricole (725 milioni di tonnellate di CO2eq nel 2011), diventando così la fonte di emissioni agricole in più rapido aumento del settore: +37% dal 2001.

Francesco Tubiello, FAO Natural Resources Officer, in un’intervista, spiega il significato di questi dati che la FAO redige e pubblica per la prima volta: “Questi risultati confermano il ruolo dell’agricoltura come importante settore nelle emissioni e per questo essa deve esser parte della soluzione globale. Inoltre, la coltivazione e l’allevamento contribuiscono alle emissioni tanto quanto la deforestazione e i cambiamenti nell’uso della terra”. Queste informazioni possono aiutare a definire misure di diminuzione delle emissioni per il settore? “Secondo me sono fondamentali” afferma Tubiello. “Le azioni devono però avvenire a livello locale perché le cause di emissioni variano geograficamente. Ad esempio in Asia la coltivazione del riso è un’importante fonte di emissioni, mentre in Europa lo è l’utilizzo dei fertilizzanti e in Africa la pratica di incendiare la savana per ottenere terre coltivabili. L’allevamento è invece dovunque una fonte importante di emissioni”. Il problema è globale, dunque, ma la soluzione deve esser cercata localmente. “I paesi sono chiamati a identificare delle misure adeguate alla propria situazione”. Per un’adeguata soluzione locale bisogna innanzitutto identificare le proprie fonti emissive e, per quanto riguarda l’Italia, ci viene incontro un altro recente rapporto, quello che l’ISPRA - l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale - redige ogni anno su incarico del Ministero per le Politiche Agricole nell’ambito delle convenzioni internazionali sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (UNFCCC) e del protocollo di Kyoto. Secondo questo rapporto in Italia le emissioni del settore agricolo derivano fondamentalmente dalla fermentazione enterica (76.6%) e dalla gestione delle deiezioni animali (12.2%), ma mostrano una decrescita pari al 19.7% rispetto al livello del 1990. I fattori principali che spiegano questo andamento sono sicuramente la riduzione nel numero degli animali, soprattutto i bovini, e la variazione delle superfici coltivate e delle colture, ma anche la diminuzione nell’uso di fertilizzanti azotati, soprattutto in seguito all’attuarsi di misure in ambito Comunitario (anche direttiva nitrati, etc). Inoltre negli ultimi anni c’è stato un notevole aumento nel recupero di biogas da deiezioni animali che ha contribuito ad una riduzione delle emissioni totali di metano del settore. In altre parole qui si afferma che la fermentazione controllata dei reflui di allevamento con recupero e utilizzo del gas di fermentazione – quanto avviene negli impianti a biogas - contribuirebbe a diminuire le emissioni di gas serra – metano nella fattispecie – da parte dell’agricoltura, fornendo al settore uno strumento per diminuire il proprio impatto ambientale senza intaccare la propria capacità produttiva. Al contrario, la fermentazione spontanea dei reflui di allevamento che normalmente avviene in maniera incontrollata, nei depositi o sui campi, porta generalmente alla produzione di metano che, se non raccolto, si disperde nell’atmosfera, costituendo non solo un dispendio di materiale energeticamente prezioso, ma anche di una molecola con un potere climaalterante molte volte maggiore di quello della CO2. Ci sono dunque strumenti e pratiche affinché l’agricoltura possa svolgere la propria funzione primaria  - produrre cibo – pur contenendo il proprio impatto ambientale.

A cura di Maria Luisa Doldi

Una simbiosi a vantaggio del clima - Ultima modifica: 2014-05-15T14:00:12+02:00 da Redazione

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