Saverio Chioda, la meccanica nel Dna

Saverio Chioda sul suo Nuffield 680

«Quando andavo alla scuola agraria di Lonato (Bs), negli anni Sessanta, ero un disastro in tutte le materie. Ma in motoristica non mi batteva nessuno: non dovevo neanche studiarla, mi bastava seguire la lezione e la imparavo subito. La passione per me è sempre stata la meccanica ed è quella che mi ha spinto a collezionare trattori d’epoca».

Saverio Chioda, in quel di Montichiari, in provincia di Brescia, ha dato il via alla sua collezione di trattori d’epoca nel 1985, partendo da un Landini 30, seguito da un David Brown 990 e via via tutti gli altri. Adesso ne ha messi insieme una trentina, tutti restaurati personalmente, di marchi abbastanza diversi tra loro. «Non ho seguito un criterio particolare – spiega – semplicemente mi piaceva che fossero marchi diversi perché così potevo apprezzarne le differenze. Mi è sempre piaciuto smontare le macchine per scoprire le diverse soluzioni in termini di motori, materiali, tecnologie. Se mi fossi concentrato su un brand solo, avrei finito per conoscere solo quello e invece, avendone diversi, ho capito e imparato cose sempre nuove. E le differenze sono tante: in linea generale, secondo me negli italiani si nota molta “fantasia” nelle tecnologie applicate, ma sono scarsi come materiali, mentre nella maggior parte dei marchi stranieri è il contrario».

Proveniente da una famiglia di agricoltori e nel particolare momento storico del dopo guerra, Chioda ha avuto modo di sperimentare in prima persona cosa significava lavorare con gli animali, cavalli o buoi che fossero. «Si faceva una fatica enorme, perché non rendevano, si spaventavano, si stancavano ed erano pericolosi, perciò avere a disposizione anche un trattorino da poco era come avere in mano una Rolls Royce».

L’amore per i Nuffield

Nella collezione di Chioda si ritrovano innanzitutto due modelli identici a quelli che usavano i suoi genitori nell’azienda agricola di famiglia, ovvero un OM 512 R («usarlo per otto ore era come farne venti di palestra», ironizza Chioda) e una Fiat 215 Piccola. Dopo di che troviamo veramente un pot-pourri di marchi diversi. Un posto particolare nel cuore di Chioda lo hanno però gli inglesi Nuffield, prodotti dalla divisione agricola della Morris Motor (i cosiddetti “trattori di origine nobile”, per via del proprietario della Morris Motor, William Morris, visconte di Nuffield), con quattro modelli: un Nuffield Universal Three, tutto originale, del 1962, recuperato a Borgomanero (No), con motore BMC (British Motor Corporation) tricilindrico, raffreddato ad acqua, da 35 cv; un Nuffield Universal DM4, del 1957, con motore BMC quattro cilindri, raffreddato ad acqua, da 48 cv, che raggiungeva anche i 40 km/h di velocità; un Nuffield 680 SuperSix del 1965, con motore sei cilindri da 80 cavalli, sempre della BMC, ma numero di giri ridotto per adattarlo al cambio. Nel sei cilindri il telaio era stato allungato rispetto ai modelli precedenti, era dotato di sollevatore posteriore e presentava un cambio con superriduttore sincronizzato («in montagna va che è un piacere» sottolinea orgoglioso Chioda); e infine il piccolo FieldBoy P300 Standard del 1967, con motore Ursus da 33 cv (veniva infatti assemblato a Varsavia, in Polonia). «Sono costruiti con materiali molto buoni, resistenti – riconosce Chioda – e vanno veloci, anche se a mio parere hanno i freni sottodimensionati».

Dall’alto Nuffield Universal 3 del 1962, Universal DM4 del 1957, 680 SuperSix del 1965 e infine il FieldBoy P300 Standard del 1967

Dalla Germania alla Repubblica Ceca

Rimanendo sempre in terra straniera, dalla Germania si segnala un Kramer KB 22, del 1953, con motore bicilindrico Güldner da 22 cv, raffreddato ad acqua, trasmissione ZF, bloccaggio differenziale automatico, un solo pedale per il freno sulle ruote posteriori e sistema di sterzo automatico che bloccava la ruota destra o sinistra a seconda del caso. Chioda lo definisce «un trattorino pesante per la potenza che aveva», tanto che era usato per lo più con la barra falciante per lavori leggeri di fienagione.

Kramer KB 22, caratterizzato da un particolare meccanismo di blocco dello sterzo

Spostandoci a Est, in Repubblica Ceca, troviamo uno Zetor 4011 del 1966, con motore Zetor quadricilindrico da 40 cv, allora distribuito dalla ditta Sgorbati di Brescia, dotato di freni idraulici, bloccaggio ruote, cambio al volante, sospensioni anteriori e sedile ammortizzato. «Ci ho lavorato tanto per restaurarlo – ricorda Chioda – ma per fortuna in questo caso si trovano tutti i pezzi originali direttamente dalla casa madre».

Zetor 4011, con sedile ammortizzato

Altri modelli europei da mettere in evidenza sono: Deutz D 30 S, di inizio anni Sessanta, 28 cv di potenza, con presa di forza con doppia frizione; Steyr 80 del 1952, 15 cv, ancora da restaurare; Hanomag R 35 B del 1955, da 35 cv; Massey Ferguson MF 135 da 35 cavalli di fine anni Sessanta; David Brown 990 Implematic sempre di fine anni Sessanta, con motore 4 cilindri da 52 cv (il termine Implematic indicava la presenza di un sollevatore evoluto per la gestione delle attrezzature); Fordson Dexta di inizio anni Sessanta (31 cavalli).

Dall’alto Deutz D 30 S, Hanomag R 35 B e David Brown 990 Implematic 

I modelli italiani

Venendo ai modelli italiani, tra quelli già citati merita una menzione particolare il Fiat 215 del 1967, perché Chioda l’ha modificato nel sistema di alimentazione, ovvero ha utilizzato un regolatore meccanico dell’OM, togliendo quindi la valvola pneumatica. «In questo modo è tutto un altro motore – spiega – parte come se fosse un’iniezione diretta e ha una prontezza mostruosa». Tra gli altri modelli “nostrani” troviamo un Landini L25 del 1956 (oltre al Landini 30 già menzionato), un Fiat 411 R del 1963, un Same DA 30 del 1955, un Lamborghini R 340 originale del 1969 (3 cilindri, 41 cv), un OM 615 e un Antonio Carraro 625 dei primi anni 80, con motore monocilindrico Ruggerini da 20 cavalli.

Fiat 215 del 1967 modificato da Chioda

«Ormai non cerco più altri modelli – conclude Chioda – è già molto che riesca a mantenere questi. E poi ne devo restaurare ancora quattro: un altro Nuffield 3, una Sirenetta della Same, un Hanomag Granit 500 e un secondo Deutz D 30 (ma con raffreddamento anteriore). L’unico pezzo che potrebbe interessarmi è un Moline Minneapolis 6 cilindri diesel, 9mila cc di cilindrata, ma pare che non si possa importare. Comunque, quello che mi interessa adesso è che questa collezione non venga abbandonata dai miei nipoti».

Saverio Chioda, la meccanica nel Dna - Ultima modifica: 2022-03-27T15:29:48+02:00 da Francesco Bartolozzi

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome