Dalle due alle quattro ruote… ma cambiando decisamente genere: si può riassumere così l’avventura della famiglia Tambussa nel ramo delle macchine d’epoca.
Partiamo però da un po’ di ambientazione. Per cominciare, siamo ai piedi delle colline del Gavi, a Capriata d’Orba (Alessandria), dove la pianura inizia a lasciar spazio ai primi pendii. Non ancora terra di vigneto, non più vera pianura. Il collezionista che ci ospita è Pietro Tambussa, figlio di Giampiero, purtroppo scomparso.
Contoterzisti, padre e figlio, con l’ovvia passione per i motori. «Fu mio padre a iniziare a raccogliere macchine d’epoca.
Per la precisione, motociclette», spiega Pietro, seduto nella sala da pranzo di casa. Oggi, tuttavia Tambussa colleziona trattori e la differenza, anche all’occhio più distratto, è evidente. «Fui io, in realtà, a spingerlo verso i trattori. Lo aiutavo con le moto, ma avevo passione per le macchine agricole, visto anche il lavoro che facevamo. Inoltre, proprio l’essere contoterzisti ci favoriva, perché entravamo in molte aziende agricole e in parecchie di esse, in un angolo del portico, c’era qualche vecchio trattore dimenticato».
Una macchina all’anno
La collezione Tambussa inizia proprio così, setacciando le aziende agricole locali. «Il primo pezzo, in verità, ce l’avevamo in casa: un Allgaier A22 che era stato acquistato da mio nonno, che faceva già il trebbiatore, e passato in seguito a mio zio. Arrugginiva sotto a una pianta in cortile, quando iniziammo a collezionare trattori, e così lo ritirammo dallo zio e divenne il nostro primo trattore. Altri li recuperammo dagli agricoltori della zona; in particolare da quelli che andavano in pensione e vendevano il parco macchine: spesso c’era qualcosa di interessante. Poi, ovviamente, ci sono anche pezzi acquistati lontano, tramite i contatti e i raduni con altri soci del Gamae».
La raccolta è proseguita per anni e non si è arrestata nemmeno dopo la scomparsa di Giampiero. «Abbiamo recuperato, tendenzialmente, una macchina all’anno. Dopo la morte di mio padre ho continuato da solo, anche se con meno entusiasmo. Per ora vado avanti, vedremo fin quando riuscirò a farlo».
Treviglio domina
La collezione di Pietro non è grande, ma abbastanza caratterizzata. Conta una quindicina di pezzi, per lo più di piccole dimensioni, anche per ragioni, diciamo, di logistica. «Siccome non ho un autocarro, per andare ai raduni o alle gare di aratura li sposto su un carrello che attacco al fuoristrada. Per cui, chiaramente, i trattori non possono essere molto grandi», spiega.
Passandoli in rassegna, impossibile non notare come Same sia il marchio predominante. «Sicuramente. Ne abbiamo otto o nove. Poi ci sono due Steyr, un Hanomag R545, un Eron D18 e qualche altro trattore sparso. Ma non c’è dubbio che Same sia il primo marchio della collezione». Tra l’altro, con una precisa connotazione temporale: più o meno tutte le macchine, fa notare l’agromeccanico piemontese, risalgono agli anni Sessanta.
«Si va da inizio decennio al 1969, in linea di massima. Vale sia per i Same sia per gli altri marchi, bene o male».
In questo quadro, una delle macchine più antiche è allora lo Steyr 182A di fine anni Cinquanta, con motore da 2,6 litri, 36 cv e sei marce. Lo affianca un 84E monocilindrico, di inizio anni Sessanta.
In questo caso, abbiamo un solo cilindro da 1,33 litri. La versione E dello Steyr 84 si caratterizza per una maggior velocità massima, dal momento che la macchina era stata progettata esplicitamente per il trasporto su strada.
Un Same atipico
Le macchine più grandi della collezione sono due Ariete della Same. Sempre del costruttore bergamasco troviamo anche un 360C, un Diesel DA 12 e un più recente Delfino 35. Decisamente ancora da restaurare, invece, un 450, macchina con motore a V da 3,4 litri per 51 cavalli di potenza massima. Un pezzo non comune, essendo il primo con motore a V dell’azienda fondata da Cassani.
Ancor più raro, tuttavia, il Samecar Agricolo DT 42 che troviamo, completamente privo di carrozzeria, in un angolo del capannone.
«È il prossimo che devo sistemare, quando avrò un po’ di tempo», ci dice Pietro Tambussa. «I lavori da farci - prosegue - sono parecchi: la cabina è tutta da rifare e anche gran parte della rimanente carrozzeria era andata. Lo trovai a Firenze, cinque anni fa. Ce l’aveva un privato, che se ne voleva liberare. Lo teneva in un bosco e da qui lo stato fortemente danneggiato della carrozzeria. Fortunatamente il motore è ancora in buone condizioni: l’ultima volta che ho provato ad accenderlo è partito senza grosse difficoltà e si muoveva anche».
Samecar è un veicolo fuori dagli schemi: sul telaio di un trattore erano stati installati una cabina e un cassone da autocarro. «È un mezzo particolare, diciamo che può essere considerato un camioncino da campagna. Ha quattro ruote motrici e sollevatore posteriore, esattamente come il trattore, ma è cabinato come un camion.
Si usava nei boschi, per fare legna, o comunque per trasporto in fuoristrada. Il mio modello, immatricolato nel 1964, aveva già la cabina squadrata, tipica delle macchine più recenti, mentre i più vecchi avevano linee più tonde».
Presentato a inizio anni Sessanta, il Samecar agricolo montava un motore a V da 2,5 litri, per 42 cavalli di potenza totali, come denuncia il nome. La trasmissione era meccanica, con sei rapporti in avanzamento e una retromarcia, e velocità massima inferiore ai 30 km orari. Il pianale di carico, ribaltabile, ha una portata di due tonnellate.
Due sogni nel cassetto
Sogni nel cassetto: ogni collezionista ne ha uno, per le ragioni più disparate. Può essere il trattore che vedeva da bambino e su cui saliva con il nonno, oppure uno su cui aveva lavorato come trattorista da giovane, o ancora un modello che gli è sfuggito anni prima, per essere arrivato con un giorno di ritardo a casa del venditore.
Anche Tambussa rispetta questa regola non scritta e, anzi, di sogni nel cassetto ne ha due. «Il primo è sicuramente il Same Dinosauro, con un motore V8 che era una favola. Peccato che siano quasi introvabili: proprio perché non si fermavano mai, finirono tutti nei paesi in via di sviluppo, a fine produzione. Un altro pezzo raro e che non mi dispiacerebbe è il Bufalo, che monta un V6. Inferiore al Dinosauro, ma pur sempre un gran bel motore. Se parliamo di idee più che di progetti, però, mi piacerebbe davvero un Hürlimann. Uno di quelli rossi, con tutti i filetti cromati. Se ne trova qualcuno in Svizzera, ma chi ce l’ha se lo tiene ben stretto, come ho visto quando siamo andati in tour sullo Stelvio».

La prima volta sul Passo
Per Pietro Tambussa, quello fatto nel 2025 è stato il primo giro sul Passo, meta ogni due anni di un ambitissimo tour in trattore d’epoca.
«Ho provato per anni a partecipare, ma una volta sono arrivato tardi a iscrivermi, l’altra non sono entrato nel clic day… Quest’anno sono riuscito grazie a un posto che si è liberato presso un club di Cuneo.
Appena mi hanno detto che c’era questa possibilità, ho accettato di corsa. È stata una bellissima esperienza e sono contento di aver partecipato, anche perché non so per quanti anni si riuscirà ancora a organizzarla. Ogni volta ci sono sempre più proteste per gli scarichi, il rumore, le strade chiuse…».

La partecipazione al giro dello Stelvio, con sconfinamento in Austria, Svizzera e rientro in Italia non è stato certo il primo appuntamento associativo per Tambussa. Anzi, ci spiega di essere iscritto a due o tre club storici che, tra sfilate, rievocazioni e gare, gli impegnano buona parte delle domeniche estive. «Facciamo diverse uscite, con varie macchine. Con il Same 250 ho anche vinto una gara di aratura, a primavera scorsa, a Vigliano d’Asti. Questi appuntamenti sono un modo per tenere viva una passione e assieme il ricordo dei tempi d’oro della meccanizzazione agricola. È giusto usare le macchine moderne e anch’io le uso nel mio lavoro, ma senza perdere di vista da dove siamo venuti».
Novi Ligure resta senza club
Con il 2025 se ne va un gruppo storico di trattoristi d’epoca. Si è infatti sciolta l’associazione Dolci Terre di Novi Ligure, in passato composto anche da una cinquantina di iscritti.
«Era attivo da una quindicina d’anni e organizzava diverse uscite, ma a causa del calo di partecipanti e della rinuncia del presidente, si è sciolto. È un peccato, perché raggruppava diversi collezionisti della zona, che si sono dovuti ricollocare in gruppi del territorio come Biella, Vercelli o Cuneo», spiega Pietro Tambussa.






